Hoops Democracy

Cos'è HoopsDemocracy? Ma soprattutto: perchè diavolo HoopsDemocracy?

Cominciamo con la prima domanda: HoopsDemocracy (da ora in avanti abbreviata HD perchè ci piace fare i giovani) è un progetto nato dalla voglia di raccontare storie. Non ha importanza di quale provenienza, di quale razza, di quale lingua. Basta che sia in qualche modo legata a quella tenera palla arancione davanti alla quale ognuno di noi perde ogni minimo di amor proprio e dignità. E per raccontare più storie possibili, il più interessanti possibili e il più eterogenee possibili c'è bisogno di più persone possibili. E' per questo che HD conta una base fissa di una decina abbondante di pazzi da cui è nato tutto. Sì, compreso il nome.

Appunto, perchè HD? Per una serie di motivi. Il primo, è che il nome inizialmente designato (non ve lo diremo, ci piace fare i preziosi) era già occupato su qualsiasi piattaforma per i blog. Alla faccia della nostra originalità. Da quel punto in poi sono stati proposti tra i duecento ed i milleseicentosette nomi senza che nessuno di loro convincesse tutti. Dopo l'assunto di base "la democrazia non funziona", è piovuta dal cielo una proposta tanto cretina da averci lasciato senza parole: HoopsDemocracy.
HD rispecchia la gestione di questo progetto, completamente democratica ed aperta a tutti, e per questo confusionaria e caciarona (le parole usate in privato erano altre, ma soprassediamo). Ricorda Chinese Democracy, "nel senso che ci abbiamo messo eoni a farlo uscire" e "teniamo basse anche le aspettative". Ma anche "il basket è democrazia: anche il più reietto, il più sfortunato può trovare il modo di affermarsi". Quest'ultimo ovviamente riferimento evidente agli autori stessi del progetto. Almeno finchè si parla di reietti e sfortunati, non di affermarsi.
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Di: Luigi Sorrenti

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Era il 25 Aprile del 1950. Al Madison Square Garden di New York i proprietari e i GM delle varie franchigie si erano riuniti per il draft della NBA, giunto alla sua quarta edizione.

Paul Arizin, non propriamente uno qualunque, si presentò per primo davanti al commisioner della lega, Maurice Podoloff. Era la scelta territoriale dei Philadelphia Warriors. Ovviamente bianco.

Successivamente, con la prima chiamata assoluta i Celtics fecero il nome di Chuck Share. Bianco.

Con la terza chiamata, i Tri-Cities Blackhawks scelsero un pallido playmaker proveniente da Holy Cross, verso cui non nutrivano la minima fiducia. Si chiamava Bob Cousy. Lo girarono ai Chicago Stags, questi fallirono e Cousy finì per vie traverse ai Celtics, nonostante l’ostruzionismo di Auerbach che non gradiva il suo nome.

Con la settima scelta, i Fort Wayne Pistons andarono su un futuro Hall of Famer, George Yardley. Bianco.

Seguirono altre tre scelte sbiadite e completamente incolori di cui pochi conservano il ricordo. Alla dodicesima chiamata assoluta, la prima del secondo giro, arrivò il botto.

I Boston Celtics, nella persona di Red Auerbach, lo stesso che pur non gradendo, si era ritrovato sul groppone Cousy, pronunziarono un nome destinato a cambiare le sorti della lega, quello dello sconosciuto Chuck Cooper. Nero. Più precisamente, il primo nero nella storia del draft NBA.

Ma non finiva lì. Qualche chiamata dopo, i Washington Capitols scelsero Earl Lloyd da West Virgina. Nero.

Ed il giorno successivo, il 26 Aprile, Harold Hunter, nero, firmò un contratto per i Washington Capitals, divenendo il primo giocatore afro-americano a firmare per una squadra NBA. Hunter non scenderà mai in campo, sarà tagliato durante il Training Camp.

Chi firmò, rimase a roster e calpestò il parquet del Madison,  fu invece Nathaniel “Sweetwater” Clifton, nero, al servizio dei New York Knicks.

Ai tre di sopra, nel dicembre dello stesso anno si aggiunse anche Hank DeZonie, nero, che firmò per i Tri-Cities Blackhawks.

Clifton, Lloyd, Cooper e DeZonie furono i primi quattro afro-americani a giocare in NBA.

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Hank DeZonie era stato l’ultimo ad esordire, ma il primo ad andarsene. Non resse per più di qualche settimana e dopo appena cinque partite disse basta. Salutò i compagni che lo guardavano con disprezzo e si rifiutavano persino di toccarlo, la fredda baracca in cui era stato segregato con la neve che arrivava fino al soffitto e la vecchia che masticava tabacco, messa lì per fargli compagnia, e tornò ad esibirsi nelle varie “Negro League” sparse per gli States.

Earl Lloyd era invece stato il primo ad esordire e anche quello che sarebbe durato più a lungo. Scese sul parquet di Washington il 31 Ottobre 1950, opening day della Season.

Lloyd era soprannominato “Il grande gatto”. Giocò appena sette partite con i Capitols prima che questi fallissero miseramente. A quel punto Earl si arruolò in marina, in seguito venne chiamato dai Syracuse Nationals e concluse una più che dignitosa carriera con i Detroit Pistons.

Non furono anni facili. Per niente. Certo, nulla di paragonabile a quello che stava passando Jackie Robinson nella lega vicina, ma anche Lloyd dovette ingoiare i suoi rospi. A volte grossi, rugosi e ripugnanti.

Racconta Johnny “Red” Kerr, non uno qualunque ai piani alti della NBA, che spesso a fine partita, avessero vinto o perso, in casa o in trasferta, Earl era bersagliato dagli insulti e dagli sputi del pubblico, amico o nemico che fosse.

Durante le Finals del 1955 a Fort Wayne, nell’Indiana, al giocatore fu permesso di alloggiare nell’hotel con la squadra, ma non di mangiarvi assieme. Anzi, a dirla tutta, i proprietari lo invitarono a non farsi vedere in giro per non macchiare la rispettabilità dell’albergo. Mangiava in stanza da solo.

Lloyd trascorse dieci anni nella lega, con una media di poco più di 8 punti a partita, 6 rimbalzi e mezzo ed un titolo di campione NBA con i Nationals, divenendo il primo afroamericano detentore di un anello. In seguito divenne scout, assistente coach e allenatore a Detroit, in una NBA che stava rapidamente mutando, una lega diversa da quella che aveva conosciuto lui.

Lloyd aveva aperto la strada. Sessant’anni dopo, la lega sarebbe stata composta prevalentemente da giocatori di colore ed è quasi assurdo oggi pensare che c’è stato un tempo in cui i proprietari delle franchigie non firmavano afro-americani per non creare imbarazzi alla squadra, per non avere problemi negli alberghi o nei ristoranti, ma soprattutto per paura dell’accoglienza del pubblico.

Erano quelli gli anni in cui la questione razziale stava esplodendo negli Stati Uniti con il frastuono di una deflagrazione nucleare.

Erano gli anni in cui emersero figure di spicco nel variegato e complesso panorama afro-americano, come quella controversa di un ex detenuto del Nebraska, Malcolm Little, che rifiutò il suo cognome da schiavo e lo sostituì con una “X” per simboleggiare l’assenza di un vero cognome africano-musulmano.

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Malcom era membro importante della “Nation of Islam”. Il suo carisma, il suo temperamento, le sue parole, fecero moltissimi proseliti e la “NOI” crebbe a dismisura sotto la sua guida, arrivando ad annoverare nel giro di pochissimo tempo oltre trecentomila iscritti, tra cui anche un pugile di cui più d’uno ha sentito parlare, Cassius Clay, che per l’occasione cambiò il proprio nome in Muhammad Ali.

Erano anche gli anni in cui un pastore venticinquenne di Atlanta, in Georgia, attento studioso dell’opera di Gandhi, aveva iniziato la sua attività pacifista in nome dell’abbattimento dei pregiudizi etnici e delle barriere razziali. Si chiamava Martin Luther King Jr. e nel 1954 divenne pastore della chiesa battista di Dexter Avenue a Montgomery, in Alabama, profondo sud, lì dove la situazione razziale era tra le più drammatiche. Martin Luther King predicava l’ottimismo creativo dell’amore e della resistenza non violenta, la più sicura alternativa sia alla rassegnazione passiva che alla reazione violenta, sostenuta da altre frange come appunto quella integralista presieduta da Malcolm X.

Proprio a Montgomery, nel corso di tutto il 1955, mentre Earl Lloyd raccoglieva le migliori soddisfazioni cestistiche della sua onesta carriera e nel contempo il colore della sua pelle gli creava i più grandi problemi, la questione razziale assurse tragicamente agli onori della cronaca.

Era il secondo giorno di marzo quando alcuni uomini dalla carnagione rosea salirono su un autobus e, con enorme disappunto, non trovarono posti liberi dove far accomodare i loro nobili e pallidi deretani. Informarono l’autista del disdicevole problema e questi pretese che quattro donne nere, sedute nei posti di mezzo, quelli cioè messi a disposizione sia per i bianchi che per i neri, si alzassero. Dinanzi al rifiuto di due di quelle donne, intervenne la polizia.

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Claudette Colvin, una studentessa quindicenne che tentò imperterrita di far valere i propri diritti, fu arrestata.

Il caso fece rumore, ma ancor più rumore fece qualche mese dopo, nel dicembre dello stesso anno, quello di Rosa Parks.

La giovane donna, di professione sarta, venne arrestata con l’accusa di aver violato le leggi sulla segregazione in quanto aveva fermamente rifiutato di alzarsi dal suo posto su un autobus nel momento in cui un bianco lo aveva preteso.

Il gesto della Parks fu l’evento da cui poi scaturì la grande battaglia intrapresa da Martin Luther King per i diritti civili degli afro-americani. Sfociò nel famoso boicottaggio dei bus di Montgomery e ben presto la protesta avrebbe lasciato i confini della singola città per espandersi in tutta l’Alabama e in seguito in tutti gli Stati Uniti.

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