Hoops Democracy

Cos'è HoopsDemocracy? Ma soprattutto: perchè diavolo HoopsDemocracy?

Cominciamo con la prima domanda: HoopsDemocracy (da ora in avanti abbreviata HD perchè ci piace fare i giovani) è un progetto nato dalla voglia di raccontare storie. Non ha importanza di quale provenienza, di quale razza, di quale lingua. Basta che sia in qualche modo legata a quella tenera palla arancione davanti alla quale ognuno di noi perde ogni minimo di amor proprio e dignità. E per raccontare più storie possibili, il più interessanti possibili e il più eterogenee possibili c'è bisogno di più persone possibili. E' per questo che HD conta una base fissa di una decina abbondante di pazzi da cui è nato tutto. Sì, compreso il nome.

Appunto, perchè HD? Per una serie di motivi. Il primo, è che il nome inizialmente designato (non ve lo diremo, ci piace fare i preziosi) era già occupato su qualsiasi piattaforma per i blog. Alla faccia della nostra originalità. Da quel punto in poi sono stati proposti tra i duecento ed i milleseicentosette nomi senza che nessuno di loro convincesse tutti. Dopo l'assunto di base "la democrazia non funziona", è piovuta dal cielo una proposta tanto cretina da averci lasciato senza parole: HoopsDemocracy.
HD rispecchia la gestione di questo progetto, completamente democratica ed aperta a tutti, e per questo confusionaria e caciarona (le parole usate in privato erano altre, ma soprassediamo). Ricorda Chinese Democracy, "nel senso che ci abbiamo messo eoni a farlo uscire" e "teniamo basse anche le aspettative". Ma anche "il basket è democrazia: anche il più reietto, il più sfortunato può trovare il modo di affermarsi". Quest'ultimo ovviamente riferimento evidente agli autori stessi del progetto. Almeno finchè si parla di reietti e sfortunati, non di affermarsi.
Recent Tweets @@HoopsDemocracy

Di: Luigi Sorrenti

image

Nel 1946 George Mikan aveva ventidue anni ed era un rookie nella NBL, la National Basketball League. Giocava con i Chicago American Gears e, dall’alto dei suoi due metri e zero otto, portò la squadra a vincere un titolo mai contemplato negli almanacchi ufficiali.

Nello stesso anno, la lega concorrente, la Basketball Association of America (meglio nota come BAA), vide i Philadelphia Warriors di Joe Fulks, il mitico Jumpin’ Joe, vincere il primo titolo nella storia di quella che in seguito sarebbe diventata la NBA, nata proprio dalla fusione fra BAA e NBL.

Entrambe le leghe erano popolate esclusivamente da giocatori di razza caucasica. Bianchi, per capirci. Non esistevano altri colori in giro per i parquet di quella che stava diventando la nuova frontiera del basket professionistico americano.

L’anno successivo, in NBL continuò il dominio di Mikan, trasferitosi dopo una serie di curiose vicissitudini in una squadra che sarebbe divenuta piuttosto famosa dalle parti del pianeta terra col nome di Lakers, all’epoca di stanza a Minneapolis

Sulla sponda BAA, invece, i Baltimore Bullets liquidarono in finale Fulks & Company. Ed anche il secondo titolo degli almanacchi era assegnato.

Nulla di sensazionale, si dirà, se non fosse per un piccolo particolare. Quella stagione vide esordire con la maglia dei New York Knickerbockers una point guard di un metro e settantatre centimetri di altezza, dal curioso nome di Wataru Misaka.

image

“Wat” era nato nello Utah, aveva giocato a basket all’Odgen High School e nel 1940 l’aveva portata al titolo dello stato. Era parecchio bravo, dicono, così si era iscritto all’università dello Utah e anche questa l’aveva condotta al titolo NCAA nel 1944. Dopo una lunga pausa dovuta al conflitto mondiale, il giocatore fu scelto al draft del 1947 dai Knicks. Giocò appena tre partite in maglia blu-arancio, segnò sette punti, quindi fu tagliato. Non mise mai più piede nella lega.

Il taglio – si dice – era stato dettato da motivazioni puramente tecniche, i Knicks avevano troppi giocatori nel suo ruolo. In molti nutrono però dubbi in merito.

Wataru Misaka occupa un ruolo importante nel firmamento del basket a stelle e strisce, è stato il primo giocatore nella storia della NBA a non essere bianco.

Wataru Misaka era giapponese, aveva gli occhi a mandorla, la carnagione gialla e tutte le caratteristiche annesse e connesse con le sue origini.

Sembrerà cosa da poco vista con gli occhi del ventunesimo secolo. All’epoca non era niente di meno che un evento.

 

Nulla, però, in confronto a quanto avveniva nella lega vicina.

Lo stesso anno che vide l’esordio di Misaka nella BAA, infatti, Jackie Robinson infranse per la prima volta nella storia del baseball il “Color Line”. E questo sì che rappresentava una vera e propria rivoluzione.

Il “Color Line” era un gentleman’s agreement, molto poco gentleman, stipulato sul finire dell’ottocento dai proprietari delle varie franchigie, che escludeva giocatori di colore dalla Major League e da tutte le leghe affiliate. In verità, non vi era alcuna regola scritta che proibisse la chiamata dei “negri”, ma per taciti accordi la segregazione razziale era di fatto un impegno preso davanti a Dio e al popolo.

I “black” si radunavano così in leghe minori, chiamate solitamente con nomi eleganti e per nulla discriminanti, quali “Negro League” o “Colored League”.

Era una prassi consolidata, questa, che durava da qualcosa come sessant’anni.

Tutto era iniziato quando, sul finire del 1867, con le ferite della guerra civile ancora fresche e sanguinanti: dapprima la Pennsylvania State Convention of Baseball negò ai Philadelphia Pythian, squadra formata esclusivamente da neri, l’accesso a qualsiasi competizione dello stato; in seguito l’associazione nazionale dei giocatori andò oltre e decise di escludere qualsiasi club che avesse a roster anche solo un afro-americano.

Nel decennio successivo, le evoluzioni del gioco e le varie aggregazioni e disgregazioni delle leghe sportive portarono all’abrogazione della norma, tanto che per brevi periodi capitò che qualche nero scendesse in campo con i bianchi.

Ma non era tutto così semplice. In molti cominciarono a storcere la bocca di fronte a quelle sporadiche apparizioni, a paventare una progressiva integrazione con annessa contaminazione della pregiatissima razza caucasica, non ancora ariana. Del resto, si sa come vanno certe cose. A questi gli si dà un dito e si prendono il braccio. Si inizia da una cosa innocua come il baseball e si finisce a ritrovarseli a mangiare alla stessa tavola, a dividere lo stesso albergo.

A dar voce a questi pensieri, un bel giorno ci pensò qualcuno che nel circuito del baseball contava. E anche parecchio.

Costui si chiamava Adrian Constantine Anson, meglio conosciuto come “Cap” Anson, pluridecorato campione di Chicago. Il nostro più volte si rifiutò di dividere il campo con giocatori che avessero un colorito della pelle diverso dal suo, coinvolgendo nella protesta tutta la sua squadra.

L’illustrissimo non parlava mai invano. I suoi rifiuti fecero rumore. Tanto rumore. Fu così che per evitare di far incazzare gente come “Cap” Anson, il 14 Luglio 1887 (esattamente 98 anni dopo una cosuccia chiamata Rivoluzione Francese) fu deciso che i neri dovessero andare a svernare da qualche altra parte. Non potevano più essere firmati e quelli già a roster dovevano salutare non appena fosse scaduto il loro contratto.

La segregazione era servita.

Dal 1890 non ci fu più alcun afro-americano nel luccicante mondo del baseball a stelle e strisce, fino appunto a Jackie Robinson.

image

L’allora ventottenne Jackie, atleta di classe sopraffina, aveva sostenuto dapprima un provino-farsa per i Boston Red Sox. Quel pomeriggio, lui e altri ragazzi di colore in prova, non solo non ebbero alcuna possibilità di mettersi in mostra ma vennero anche bersagliati dai feroci insulti e dagli sputi di raffinatissimi spettatori dalla pelle bianca.

In seguito Jackie aveva raggiunto e firmato un accordo con il presidente e GM dei Brooklyn Dodgers, Branch Rickey.

Rickey era stato sin da subito chiaro. Una scelta del genere avrebbe esposto il giocatore, in ogni singola partita, agli insulti del pubblico in maniera ben più feroce rispetto al provino di Boston. Ma Jackie, che aveva le spalle larghe e un carattere mica da ridere, firmò egualmente un contratto da 600 dollari al mese e consegnò ai libri di storia la frase:

“Non sono interessato alla vostra simpatia o antipatia… tutto quello che chiedo è che mi rispettiate come essere umano”.

Appena la notizia si sparse, si scatenò l’inferno. Molti dei futuri compagni di squadra prepararono una petizione per il suo allontanamento rifiutandosi di giocare al suo fianco o di dividerne lo spogliatoio. Molti giocatori di altre squadre minacciarono di scioperare nel caso fosse stato schierato contro di loro.

Tutto inutile. Era il 15 Aprile del 1947 quando, all’Ebbets Field di Brooklyn davanti ad oltre 23.000 spettatori, Jackie Robinson esordì con i Dodgers in un clima di tensione ed isterismo.

Erano passati sessant’anni dal tacito divieto: nel mezzo, un paio di guerre mondiali, più di una sanguinosa dittatura, qualche genocidio sparso qua e là, l’olocausto degli ebrei.

Un grande muro era stato abbattuto quel giorno. Il talento, il coraggio e la testardaggine di un uomo che non voleva considerarsi diverso fecero il resto, contribuendo in maniera significativa all’abbattimento delle barriere razziali. Almeno nello sport.

Il suo coraggio costrinse l’America di quegli anni a fare i conti con la questione razziale. Oggi, nessun giocatore di baseball indossa la maglia numero 42, il suo numero. Ed ogni anno, il 15 aprile, l’America celebra il Jackie Robinson Day. Alla faccia di “Cap” Anson.

Lo sport si era elevato a precursore di quei profondi mutamenti sociali che, nel giro di pochi anni, avrebbero investito con sommo fragore l’intero tessuto sociale e politico americano. image

Tornando alla nostra amata pallacanestro, le cose non andavano poi così diversamente. Certo, non aveva alle spalle la storia pluridecennale del baseball. Andava più piano. Ma forse più lontano.

Anche nel basket c’era stata la “Negro American Legion League”, una lega semiprofessionistica in cui venivano relegati i giocatori di colore e dove avevano esordito gli Harlem Globetrotters.

Nel 1923 erano stati fondati i New York Renaissance, forse la più gloriosa squadra nella storia della pallacanestro a stelle strisce, team di Harlem che accoglieva esclusivamente giocatori afro-americani che non trovavano spazio altrove, le cui gesta e la cui leggenda saranno colonna portante della storia di questo sport.

Il basket collegiale già da qualche tempo aveva accettato i “black” fra le proprie fila e dalla fine degli anni ’40 qualche stellina tutta nera aveva cominciato a splendere.

Don Barksdale di UCLA era stato nominato All-American in NCAA nel 1947, aveva partecipato alle Olimpiadi di Londra del 1948 con la maglia degli Stati Uniti e ovviamente le aveva vinte. Primo nero a compiere queste imprese.

Poi era arrivata l’NBA, tutta bianca. “Wat” Misaka era durato appena tre partite ed era stato fatto fuori.

Bisognerà aspettare tre anni da Misaka e quindi da Jackie Robinson, per vedere un afro-americano varcare le soglie della nuova lega professionistica di basket.

  1. alessandrocalzedda ha rebloggato questo post da hoopsdemocracy
  2. nickramone ha rebloggato questo post da hoopsdemocracy
  3. blendingthebeat ha rebloggato questo post da hoopsdemocracy
  4. drunkside ha rebloggato questo post da hoopsdemocracy
  5. postato da hoopsdemocracy