Hoops Democracy

Cos'è HoopsDemocracy? Ma soprattutto: perchè diavolo HoopsDemocracy?

Cominciamo con la prima domanda: HoopsDemocracy (da ora in avanti abbreviata HD perchè ci piace fare i giovani) è un progetto nato dalla voglia di raccontare storie. Non ha importanza di quale provenienza, di quale razza, di quale lingua. Basta che sia in qualche modo legata a quella tenera palla arancione davanti alla quale ognuno di noi perde ogni minimo di amor proprio e dignità. E per raccontare più storie possibili, il più interessanti possibili e il più eterogenee possibili c'è bisogno di più persone possibili. E' per questo che HD conta una base fissa di una decina abbondante di pazzi da cui è nato tutto. Sì, compreso il nome.

Appunto, perchè HD? Per una serie di motivi. Il primo, è che il nome inizialmente designato (non ve lo diremo, ci piace fare i preziosi) era già occupato su qualsiasi piattaforma per i blog. Alla faccia della nostra originalità. Da quel punto in poi sono stati proposti tra i duecento ed i milleseicentosette nomi senza che nessuno di loro convincesse tutti. Dopo l'assunto di base "la democrazia non funziona", è piovuta dal cielo una proposta tanto cretina da averci lasciato senza parole: HoopsDemocracy.
HD rispecchia la gestione di questo progetto, completamente democratica ed aperta a tutti, e per questo confusionaria e caciarona (le parole usate in privato erano altre, ma soprassediamo). Ricorda Chinese Democracy, "nel senso che ci abbiamo messo eoni a farlo uscire" e "teniamo basse anche le aspettative". Ma anche "il basket è democrazia: anche il più reietto, il più sfortunato può trovare il modo di affermarsi". Quest'ultimo ovviamente riferimento evidente agli autori stessi del progetto. Almeno finchè si parla di reietti e sfortunati, non di affermarsi.
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Di: Carmine D’Amico (@SkittleCDA)

Nella pallacanestro moderna è esaltato l’impatto della panchina, vero ago della bilancia quando le partite son molto equilibrate e quindi fondamentale quando la posta in gioco è alta. Manu Ginobili è stato la consacrazione del sesto uomo, andando ad un passo dal vincere addirittura il titolo di MVP delle Finals, ma tante dinastie e successi son passati dalle mani di questi gregari d’eccellenza. Basti pensare a Lamar Odom negli ultimi Lakers, all’impatto che aveva Toni Kukoc nei semi-imbattibili Bulls del secondo Threepeat (chiedere agli Indiana Pacers per maggiori dettagli), oppure al peso specifico di giocatori come il celtico Havlicek e Bobby Jones, protagonista assoluto dell’ultimo titolo della storia Sixers. Occhio che a Philadelphia tra poco ci si torna.

"Fu il primo per cui fu coniato il termine di sesto uomo. Era il tipo di giocatore che usciva dalla panchina e poteva giocare come un qualsiasi titolare. Girava le partite."
Red Auerbach

New York, 1917. Nasce Irving Torgoff, figlio di una coppia ebrea, che lo lascia cominciare a giochicchiare con la palla a spicchi nei giardinetti di Brownsville, quartiere ben poco agiato di Brooklyn. Irv, così lo chiamano, cresce e finisce a giocare per la Samuel J.Tiden High School, una scuola appena costruita, famosa per un murale di duecento e più metri quadri creato da Abraham Lishinsky, un russo che contava a Brooklyn ben prima che  Prokhorov diventasse proprietario dei Nets.

Irv ha tutto per essere un giocatore di pallacanestro: 190 centimetri, buona tecnica, agonismo e astuzia. Quando era ancora un ragazzino, a Brooklyn veniva fondata la Long Island University, e il ragazzo una volta cresciuto finisce a giocare proprio per quell’ateneo. Il Coach di  LIU è Clair Bee, uno dei primissimi allenatori in grado di sfruttare a pieno tutto il roster a disposizione, arrivando a schierare anche 12-13 giocatori per gara.

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Il primo anno non calcherà il campo, per motivi di regolamento: i freshmen non potevano partecipare al campionato. L’anno successivo riuscirà a conquistarsi un posto nel quintetto dei Blackbirds, nonostante la presenza di due All-Americans come Jules Bender e Ben Kramer. 

I Blackbirds mettono su una delle squadre più forti della storia del College Basketball, che portò addirittura a 43 il numero di vittorie consecutive. Perfino Adolph Rupp, storico coach dell’Università di Kentucky (sì, lo stesso del film Glory Road), considera quella versione di LIU come una delle più forti squadre da lui mai affrontate durante la carriera. Ad interrompere la striscia di risultati positivi, in una storica partita al Madison Square Garden, è la Stanford di Hank Luisetti e del suo “one-handed shot” tanto raro, quanto avanguardistico, poiché all’epoca si usava tirare con due mani.

L’anno dopo si disputerà il primo National Invitational Tournament, ma una grande partita da 10 punti (sigh) di Torgoff, non impedirà ai suoi di perdere 39-37 al primo turno contro New York University. 

La sconfitta brucia, ma LIU torna l’anno successivo più forte che mai, guidata proprio da Torgoff, maturato come giocatore e leader, come testimoniano la nomina ad All-American e la vittoria del Haggerty Award (premio per il miglior giocatore dell’area newyorkese). Con Torgoff capitano, i Blackbird chiudono la stagione con un record di 20-0 e continuano a macinare vittorie anche al NIT, arrivando in finale. Nella partita decisiva li attende Loyola of Chicago, anch’essa imbattuta in stagione. Ma LIU è decisamente più forte, e con 12 punti Torgoff contriubuisce alla vittoria di 44-32 sugli avversari, consegnando ai Blackbirds il primo titolo Nazionale della loro storia. Il nativo di Brooklyn viene nominato Most Valuable Player del torneo e a consegnargli il premio è James Naismith, l’inventore del gioco. 

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Finita la sua esperienza al College, Torgoff si unirà ai Detroit Eagles nella NBL, disputando una discreta stagione. E’ una stagione di transizione, ma la svolta è proprio dietro l’angolo.

Qualche anno prima in Germania si son diffuse teorie (poi diventate tristemente Leggi), che sostenevano l’inferiorità genetica degli ebrei rispetto ad altri esseri umani. Più o meno contemporaneamente, negli USA, si fanno ipotesi secondo le quali gli ebrei sarebbero geneticamente più portati al gioco della pallacanestro, in quanto più agili e più astuti. Le basi scientifiche scricchiolano pericolosamente per entrambe le correnti di pensiero, ma avendo visto con i miei occhi cosa hanno fatto per la pallacanestro personalità come David Stern e Larry Brown, quasi verrebbe da etichettare le seconde teorie a come più verosimili.

La ragione della teoria riguardante la pallacanestro si trova a Philadelphia, perchè nella città dell’Amore Fraterno gioca la più grande squadra di basket del mondo: i Philadelphia SPHAs. Inutile cercare sul vocabolario, perchè il loro appellativo viene da un acronimo, e più precisamente sta per Southern Philadelphia Hebrew Association, ovvero lo sponsor che aveva fornito le prime divise alla squadra. A mettere insieme la squadra è Edward Gottlieb, membro della Hall of Fame del gioco e padre putativo del già citato David Stern. Gli Sphas giocano nella ABL, dopo un trascorso nella Eastern League, e vincono praticamente sempre. Se hai samach, pey, hey, aleph (lettere ebraiche per SPHA) e una stella ebrea sul fronte della divisa, non ci vuol tanto a capire che rappresenti una cultura, prima che una città. Per i più tordi c’era anche la scritta “Hebrews” sul retro. Non a caso saranno pochi i non-ebrei a vestire quei colori, e Torgoff, cresciuto appunto in una famiglia ebrea, non può rifiutare.

La scelta di Torgoff è ovviamente azzeccatissima, perché il suo talento non fa che accrescere il livello già alto del team di Philadelphia, e contribuisce con quasi 7 punti a partita (che all’epoca per un quarto realizzatore di squadra erano tanta roba) a conquistare un titolo già al primo anno in maglia SPHAs. Vincono anche due anni dopo, ma questa volta il ragazzo di Brooklyn sarà addirittura top scorer della squadra. Durante la sua esperienza a Philadelphia, Torgoff si toglierà anche lo sfizio di essere migliore in campo (17 punti) in una storica vittoria in una esibizione contro i rinati Original Celtics della sua New York (un barnstorming team, ovvero una squadra che andava in tour senza appartenere ad una Lega), ponendo fine alla loro striscia di 60 vittorie consecutive. E’ tempo di cambiare maglia, città e lega, perché la ABL inizia ad avviarsi verso il baratro, in favore della emergente National Basketball Association, che dovrebbe suonare familiare a tanti di noi.

Si trasferisce a Washington, dove hanno sede i Capitols, ed è qua che la sua strada si incrocia con quella di un altro personaggio: Arnold Jacob Auerbach. Red –così vien chiamato il coach- ha molto in comune con Irv, infatti anche lui è ebreo ed ha frequentato una High School a Brooklyn. Auerbach è un agonista come ce ne saranno pochi nella storia dello sport. Vuole vincere tanto una finale, quanto una prima gara di Regular Season, quanto una sfida a tennis o a golf al Kutsher’s Country Club. E a quanto pare a golf era tutt’altro che un buon giocatore. 

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E’ un uomo capace di ascoltare gli altri, ma è assolutamente convinto delle sue idee, che difficilmente accantona. Non impone qualcosa, cerca di convincere gli altri di quanto la sua idea si effettivamente la cosa migliore da fare, e nella pallacanestro ha quasi sempre ragione lui, perché è un autentico genio di questo Sport. 

Ai Capitols ha a disposizione, oltre ad Irv, altre due guardie di ottimo livello. La prima è Bob Ferrick, uno dei più grandi giocatori della storia dell’Università di Santa Clara fino all’Avvento di Steve Nash. La seconda guardia è “Fat” Freddy Scolari, californiano cieco ad un occhio, sordo per un orecchio e titolare di una delle più brutte tecniche di tiro della storia del gioco, oltre ad un soprannome che dice quanto poco amasse mantenersi in forma. Nonostante tutto un signor giocatore.

Torgoff vale un posto in quintetto, ma Red Auerbach ha un’intuizione che cambierà per sempre questo sport, ovvero far partire uno dei suoi migliori giocatori dalla panchina, per dare un “boost” di rendimento alle seconde linee. C’è scetticismo da parte dei giocatori, visto che ogni altra squadra schiera i suoi 5 migliori giocatori come titolari. Auerbach cerca un giocatore che non sia solo talentuoso, ma che abbia anche il giusto temperamento per poter ricoprire un ruolo del genere, e Irv è “fieramente competitivo, ma molto tranquillo”, un giocatore silenzioso, che non soffre la pressione e che è cresciuto sotto coach Bee, che tanto importanza dava alla panchina. Il sogno di Auerbach si realizza, e Irv Torgoff diventa il primo giocatore di spessore ad accettare di partire dalla panchina.

Bingo! I Capitols volano e chiudono la stagione con 49 vittorie e 11 sconfitte, primi nella Lega, e siglano anche il record di vittorie consecutive: diciassette. Irv si cala alla perfezione nella sua nuova parte, mettendo in mostra una versatilità vista poche volte su un campo da basket. Purtroppo la cavalcata si interromperà contro i Chicago Stags di uno dei giocatori più amati da coach Auerbach: Max Zaslovsky. Ebreo di Brooklyn anche lui, come Torgoff e Auerbach. E’ il punto più alto della carriera NBA di Irv.

Giocherà altre due stagioni, ma non raggiungerà i picchi avuti con gli SPHAs e con i Capitols. Disputerà la sua ultima partita NBA proprio contro i Capitols, con indosso la maglia degli Warriors, una squadra di Philadelphia, perché -come canterà Neil Young anni dopo- “city of brotherly love / place I call home”.

Sulle panchine delle due squadre, quella sera, c’erano Red Auerbach ed Edward Gottlieb, i due coach più importanti della sua carriera da professionista. Vincerà Red, conquistando un biglietto per le sue prime Finals, dove perderà contro una squadra di Minneapolis: i Lakers. Auerbach avrà tempo per prendersi le sue rivincite contro i Lakers, ma dovrà trasferirsi a Boston per farlo.

Irving Torgoff si ritira, e finisce a fare il venditore a New York. Ama poco vantarsi della sua -gloriosa- carriera, perfino col figlio, che deve riempirlo di domande per farsi raccontare qualcosa dei giorni che furono. Ogni tanto porta il piccolo Martin al Madison Square Garden, dove in tanti lo riconoscono e lo salutano con riverenza, chiamandolo “Torgy”. Conserva tutti i trofei (in garage, assieme alle scarpe da basket), continua ad amare il gioco, ma detesta parte dell’evoluzione che questo ha avuto, con tutto quel trash talking, quell’esibizionismo e quella montagna di dollari che girano. Lui che nel suo miglior anno ha guadagnato forse 12000 dollari.

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Mantiene i contatti con tutte le persone che sono cresciute con lui a Brooklyn, quasi tutti figli anche loro di ebrei approdati negli States praticamente un secolo fa. Li riunisce in quello che loro chiamano “Dux Club”, tutti i martedì a mangiare ciambelle, mentre ci si racconta sempre le stesse storie dei giorni passati, di quel basket così diverso da quello di oggi. Molti del Dux Club non ci sono più, e da quasi vent’anni non c’è più nemmeno Torgy, ma ogni volta che Popovich invita Ginobili ad alzarsi dalla panchina, sono sicuro che da qualche parte Red Auerbach accende il suo classico sigaro.

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